Vuoi saperne di piu' sui campanacci dei Mamuthones?

Che cos'è?

I campanacci dei Mamuthones, 1960, Sardegna

Dove è?
Al Museo delle Maschere Mediterranee di Mamoiada (NU)
Grazie a Mario Paffi per la fotografia.

Ogni anno, il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio abate, quando i grandi fuochi, accesi la sera precedente, vanno ormai spegnendosi e il vino nuovo è stato abbondantemente apprezzato, “l’uscita” dei mamuthones segna l’avvio del Carnevale di Mamoiada.

I mamuthones indossano pelli nere di pecora sopra il consueto abito di velluto marrone; portano un pesante grappolo di campanacci di varie dimensioni legato dietro le spalle, alcune campanelle di bronzo davanti e, sul viso, una maschera nera, di legno. Li accompagnano gli issohadores: giubbetto di panno rosso, calzoni di tela bianchi o di velluto scuro, uno scialletto di lana sui fianchi, la berritta sul capo tenuta da un fazzoletto variopinto stretto sul viso; a bandoliera una cintura con bubboli di bronzo e di ottone; inoltre portano in mano una fune di giunco.
I mamuthones, generalmente in gruppi di dodici, procedono a due a due movendosi con passo greve per il peso dei campanacci che vengono fatti risuonare cupamente con balzi sincronici e intervallati; al loro incedere ritmico e pesante si contrappongono gli agili movimenti degli issohadores, in genere non più di otto; essi fanno improvvisamente volare le loro funi catturando con grande abilità amici e astanti.

Su queste maschere e su quelle di Ottana, i boes e i merdules, molto è stato detto, soprattutto in termini di peculiare e originale espressione della cultura popolare sarda. In realtà, mascheramenti simili o che, comunque, comportano l’uso di pelli di pecora, campanacci, maschere facciali zoomorfe e antropomorfe grottesche, sono attestati in numerose comunità agricole e pastorali dell’Europa mediterranea e in territori che, con la cultura mediterranea, hanno avuto, nel corso dei secoli, rapporti non sporadici. Si pensa alle maschere greche dei geros, dell’isola di Skyros e dei Kalogeroì, di Viza, in Tracia, agli Zvoncari dell’Istria, in Jugoslavia, ai vari “diavoli” e “orsi” delle Alpi e dei Pirenei e via di seguito.
È noto che l’apparizione dei mamuthones sulla scena degli studi etnografici deriva dalla pubblicazione del famoso saggio di Raffaello Marchi Le maschere barbaricine sul numero speciale de “Il Ponte” del 1951 dedicato alla Sardegna.
Dopo aver minuziosamente descritto l’apparato del loro mascheramento e le modalità dell’esibizione, Marchi suggeriva alcune interpretazioni: in primo luogo, che la mascherata potesse riferissi ad una «cerimonia commemorativa di un avvenimento storico locale»; e, più precisamente, alla celebrazione di una vittoria dei pastori barbaricini, rappresentati dagli issohadores, sui mori invasori, i mamuthones, portati prigionieri in corteo; in secondo luogo, che vi si potesse riconoscere «sia un rito totemico di assoggettamento del bue ..., sia, in un periodo meno remoto, una di quelle processioni rituali che i sardi della civiltà nuragica dovevano fare molto spesso in onore dei loro piccoli numi agricoli e pastorali. In un caso e nell’alto possiamo immaginare, al posto dei mamuthones, una torma di buoi veri tutti rimbelliti, inghirlandati e come vestiti a festa che vanno in processione guidati da mandriani issocadores, e col popolo intorno che magnifica e vezzeggia come una sposa novella il suo animale più utile, più prezioso e familiare. Oppure, facendo una piccola variazione, possiamo vedere di nuovo nei mamuthones degli uomini “imbovati”, ma questa volta dei contadini o dei pastori che si vogliono immedesimare nel bue insegno di maggiore e più mistica venerazione, e si coprono il volto con la maschera bovina, con una di quelle innocenti e ornatissime “teste di bue” che ancora si possono vedere nell’antica Barbagia...
«Da tutto ciò possiamo ricavare l’immagine serena e un po’ idillica di un clan o di una tribù patriarcale in cui c’è un’unica classe di uomini ugualmente liberi, laboriosi e solerti di fronte alla venerata torma degli animali domestici».
Sulla linea della congettura di Marchi che la mascherata potesse rappresentare una celebrazione storico-leggendaria, si sono mossi diversi studiosi, tra i quali Salvatore Cambosu che vide nei «vecchi prigionieri muti, vecchi cattivi vestiti alla rovescia, con la cintura di campanacci e la collana di sonagli» e nelle «dure, giovani guardie» che li circondano, una rappresentazione della mitica pratica del gerontocidio; suggerimento, questo, ripreso recentemente da Francesco Masala.
Marchi escluse che i mamuthones potessero essere maschere demoniache; ciò che, invece, affermò qualche anno dopo Toschi: «Il comportamento dei mamuthones, e anche degli issocadores, risponde a quello che il Meuli ha così bene caratterizzato per le maschere come anime dei morti e spiriti infernali: ‘Il movimento è sempre in qualche modo degno di rilievo, o che sia solenne, o sollecito (la danza). Le maschere vengono precedute e accompagnate dal chiasso e da ogni genere di rumori, ma esse stesse rimangono mute, come umbrue silentes. Il rubare e quindi l’impadronirsi di una persona è pure uno dei tratti caratteristici. Sarebbe da appurare se le persone prese al laccio debbano pagare un riscatto». Analoga convinzione espresse l’Alziator, che peraltro rivolse prevalentemente la sua attenzione verso le maschere di Ottana, di cui si dirà più avanti.

Più recentemente sono state proposte da Maria Margherita Satta alcune direzioni di ricerca che prendono le mosse dall’analisi del sistema economico sociale della Barbagia: «Considerando tale presupposto strutturale come determinante, si può quindi ricavare che gran parte dello apparato culturale delle comunità della zona si è andato elaborando attraverso il rapporto dialettico uomo-animale. Infatti, da qui riteniamo possa essere indotta la particolare formazione della cultura pastorale delle popolazioni barbaricine. Da qui ci sembra possa derivare anche la riplasmazione grottesca e ironica della realtà, e in primo luogo di quel rapporto uomo-animale e/o uomo-bestia al quale si è appena accennato. Di fatto, tale riplasmazione del rapporto uomo-animale-bestia pare emergere con evidenza nelle maschere più caratteristiche del Carnevale barbaricino: gli issokadores-mamuthones a Mamoiada, i mérdules-boes a Ottana e i thurpos a Orotelli.
«Mamuthones (le bestie) e issokadores (gli uomini) sono maschere che per simbologia evidente e per significato espresso nella pantomima carnevalesca appaiono come esiti di un’autoironia grottesca, compiuta dagli stessi pastori, sulla loro condizione di vita quotidiana: uomo-bestia nell’esistenza di tutti i giorni che si esorcizza nella festa con l’allegoria ironica dell’inversione bestia-uomo».Le riflessioni della Satta trovano supporto e fondamento nel complesso di comportamenti e nello stato psicologico indicati in Barbagia, col verbo si bovare, imbovarsi, accennato di sfuggita da Marchi nel saggio più volte citato e più esplicitamente e compiutamente trattato dallo stesso autore nell’importante studio Il boe muliache e l’essere fantastico di Nule.

Si segnalano, infine, l’interpretazione della Moretti che vede, nel corteo dei mamuthones, la forma residuale di una più generale «mascherata dell’orso» connessa a riti di eliminazione e di propiziazione, e la supposizione del Massaioli che le maschere antropomorfe dei mamuthones potessero essere una evoluzione di quelle dei boes di Ottana. Il gioco delle interpretazioni può portare lontano e articolarsi in una serie interminabile di congetture senza che si possa con sicurezza accoglierne o escluderne alcuna, tali e tante possono essere state, nel corso dei secoli, le sovrapposizioni, le trasformazioni, le rifunzionalizzazioni di un primo, originario nucleo rituale.
Rivedendo le straordinarie sequenze del documentario I mamuthones di Fiorenzo Serra (1959) e le altrettanto straordinarie immagini fotografiche di Pablo Volta (1957) , e ascoltando le parole degli anziani, si percepisce immediatamente la profondità del mutamento del contesto sociale verificatosi nell’ultimo quarantennio a Mamoiada e, più in generale, in Barbagia.
Il senso e il clima generale della mascherata risultano sostanzialmente diversi: fino agli anni Cinquanta essa era tutta rivolta verso la comunità, che attraverso la maschera e i balli ritrovava, ciclicamente, un momento di comunione e di partecipazione, intrasferibile dal tempo calendariale e dal luogo di svolgimento; la mascherata, prestando oggi altrettanta attenzione allo sguardo esterno e all’utenza turistica, opera spesso indipendentemente da Mamoiada e dal Carnevale.
E, ancora, alcuni degli elementi che apparivano quarant’anni fa fondamentali — per esempio, l’età dei mumuthones, che risultava piuttosto elevata, l’austerità del loro atteggiamento, le loro caratteristiche di status sociale — oggi appaiono del tutto ininfluenti.
Utilizzando di nuovo la descrizione di Marchi si può, infatti, ricordare che «benché si sappia che la mascherata durerà dalle tre del pomeriggio fino alla mezzanotte, i mamuthones mangiano e bevono pochissimo perché ‘il passo’ richiede fatica e forse anche perché in origine bisognava digiunare, come nei misteri. Quest’origine è certamente antichissima: est anticòriu, dicono i sardi delle cose il cui ricordo è perduto nell’oscurità dei tempi...
«Cosa strana in quella che dovrebbe essere una carnevalata giovanile, i principali partecipanti, cioè i mamuthones, sono quasi tutti uomini anziani, e fra essi non manca qualcuno di quei vecchi pastori e contadini sardi che conservano la salute e il vigore alla più tarda età; gli issocadores sono però giovanissimi».
I mamuthones di questi ultimi anni sono invece piuttosto giovani, entrano nei bar, partecipano alla festa e alcuni si uniscono perfino ai balli tradizionali in piazza; dunque,nel loro comportamento non vi è niente di cupo e misterioso, tanto più che da qualche anno la loro esibizione viene, in certo senso, sdrammatizzata dalla esibizione di mini mamuthones, i mumuthoneddos.

Differenze di fondo si registrano, inoltre, nel modo stesso di organizzare la mascherata; fino a non molti anni fa, era d’uso che i mamuthones recuperassero, di volta in volta, i campanacci — su ferru — mediante questue ad amici pastori. A piccoli gruppi visitavano gli ovili del circondano dove, accolti festosamente, prendevano in prestito alcuni campanacci, già messi da parte perché malandati, oppure li staccavano dal collo delle bestie. Le visite continuavano fino al raggiungimento del numero necessrio alla costituzione di una garriga, cioè l’insieme dei campanacci di diverse dimensioni; ed esse diventavano, m realtà, un modo di partecipare ai pastori l’arrivo del Carnevale e l’invito a unirsi a quest’occasione di incontro comunitario. I campanacci venivano riconsegnati subito dopo la manifestazione.
“I ferri del mestiere” — campanacci, pelli, maschere — vengono ormai conservati nella sede dalla Pro Loco, pronti, e a disposizione, in qualsiasi periodo dell’anno e per qualsiasi occasione turistico-folklorica.
La scoperta turistica dei mamuthones risale, ancora una volta, agli anni Cinquanta con le prime partecipazioni alle diverse sagre folkloristiche quali la Cavalcata Sarda, Sant’Efisio, etc.
In quegli stessi anni, a Mamoiada, si registrano notevoli trasformazioni anche nelle modalità organizzative dei balli e del corteo di Jubanne Martis Sero — Giovanni Martedì Sera —, il fantoccio di Carnevale.
Ma è soprattutto nell’ambito del corteo di Jubanne Martis che si registra una totale modifica del testo originale e una novità di significati.
Le testimonianze di alcuni anziani confermano che, dai primi anni del secolo fino agli anni Sessanta, la tradizione del Jubanne Martis Sero consisteva in uno sparuto gruppetto maschile abbigliato, in genere, con indumenti malandati — i componenti venivano chiamati varzolos. straccioni — che, su un carrettino trainato da un asino, menava per il paese un fantoccio, Jubanne Martis, il cui corpo generalmente era costituito da un barilotto dotato di un rubinetto — pene da cui si mesceva il vino.
Il meccanismo era quello della questua, supportata da muttos scherzosi e salaci, volta al recupero di vino e salsicce: una tradizione diffusa un po’ in tutta l’isola e rimasta, tuttavia, radicata più a lungo nella Barbagia di Ollolai.
Due personaggi, secondo un copione ben noto, rappresentavano talvolta i genitori del pupazzo, in favore del quale, con l’ausilio di attittos, sollecitavano alle donne l’offerta di cibi e d’interventi di carattere sessuale per ritardare la morte ormai prossima. Al riguardo si ricorda ancora la richiesta, formulata nel rione di Su Castru intorno agli anni Quaranta, e che suonava pressappoco così: Feminas de Su Castru, dazelia sa titta, chi da si lu merita Jubanne meu Martis (donne di su casrtru, dategli la mammella, che se la merita il mio Giovanni Martedì). Il bottino raccolto veniva consumato dalla comitiva la notte stessa.

Al piccolo e sgangherato gruppetto di Jubanne Martis si è oggi sostituita una vera e propria sfilata di carri allegorici, uno per none.
È questa l’iniziativa nella quale risulta con più evidenza l’intervento registico della Pro Loco cui è affidata da circa un ventennio l’organizzazione generale delle manifestazioni. La sfilata si tiene nel primo pomeriggio di martedì grasso con grande partecipazione locale, del circondano e turistica.
Subito dopo, nella piazza principale, sulle note diffuse da un altoparlante, hanno inizio le danze in un grande cerchio che si interrompe soltanto al sopraggiungere dei mamuthones e issohadores; questi, infatti, a intervalli ritornano nella piazza dopo aver vagato per le strade e le case del paese.
Secondo canoni organizzativi ormai consolidati, non manca l’offerta di orillettas — dolcini di pasta di semola fritta cosparsi di miele — di vino e di fave con lardo, generosamente distribuiti in piazza.

Infine, i turisti possono approfittare della disponibilità dei giovani mamoiadini per inserirsi nel cerchio delle danze e prodursi in un improbabile passu torrau: gli anziani non vi partecipano e, collocati ai margini della piazza, commentano negativamente il disordine e la faciloneria coreica degli istranzos, gli stranieri.
E Mamoiada, nell’ambito del territorio in esame, appare come il paese che ha saputo governare con maggiore sicurezza la trasformazione del Carnevale e la sua rifunzionalizzazione in chiave turistica; ciò grazie agli strumenti culturali di cui indubbiamente dispone e in virtù anche di una certa vocazione dei suoi abitanti all’ospitalità, allo spettacolo e alle feste.