Il filo di Arianna

Probabilmente quando leggerete questo articolo questa vicenda si sarà conclusa. E spero nel migliore dei modi. Ma certamente non avrete dimenticato la storia dei dodici ragazzini thailandesi e del loro allenatore imprigionati sotto terra in una grotta allagata. Affamati, esausti ma non disperati.

Perché oggi, mentre scrivo, oltre mille persone di diverse nazionalità, dotate dei mezzi più moderni, sono impegnate in un’operazione di soccorso senza precedenti, e loro lo sanno.

Tutto il mondo è con loro e li segue con il fiato sospeso. Bello e commovente. Il giornale di oggi dice che per aiutare questi “prigionieri” ad evadere dalla trappola in cui si sono cacciati si potrebbe stendere lungo i due chilometri di lunghezza della grotta allagata un filo di Arianna, per condurli verso l’uscita da questo nuovo e infernale labirinto, sani e salvi.

Secondo i dati pubblicati a giugno di quest’anno dall’UNICEF, nel biennio 2015-2016 oltre trecentomila (sì, avete letto bene: 300mila!) sono i bambini e gli adolescenti costretti a fuggire dai paesi dove sono nati per cercare un rifugio e una speranza in un paese sconosciuto. Anche loro erano, in un certo senso, intrappolati. Anche loro sono stati certamente affamati ed esausti. Ma probabilmente anche disperati.

Nessuno ha pensato di stendere uno, cento, mille fili di Arianna per guidarli fuori dall’inferno.

Quanti di loro si saranno salvati? E quanti invece saranno morti? Nessuno lo sa. Si trovano in rete le statistiche, ma non se ne parla in TV e sui giornali. Ma, se ci pensiamo bene, ci rendiamo conto che non c’è nessuna  differenza fra i ragazzi thailandesi e i loro coetanei africani, o asiatici, o latinoamericani: sono tutti in trappola e tutti lottano per venirne fuori.

Vincenzo Calia, pediatra e già direttore della rivista Uppa