Sole

Scrive per noi Vincenzo Calia, direttore di Un pediatra per amico (Uppa), bimestrale per i genitori scritto in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri.

Il pianto inconfondibile di un neonato l’avevo già sentito per le scale e così, senza vedere fiocchi, né azzurri né rosa, ho capito che nel mio palazzo era nato un bambino. Questa mattina, una bella giornata di sole, usciva in carrozzina con la sua mamma: capote alzata e  − questa cosa non l’avevo mai vista prima! − una tendina bianca a coprire lo spazio fra la capote e i bordi della carrozzina. Il bambino (o la bambina?) era invisibile sotto il suo “chador” ben istallato, evidentemente perché il sole non potesse illuminare neppure il più piccolo lembo di pelle.
E ho pensato: «Come è potuto succedere che la scienza si sia trasformata in superstizione?»
La “scienza” è questa: sappiamo per certo che l’esposizione diretta ed esagerata ai raggi del sole può favorire lo sviluppo del “melanoma”, malattia gravissima, ma fortunatamente rara che colpisce prevalentemente gli adulti.
Da questa scoperta, neppure così recente, è nata una vera e propria fobia del sole: le famiglie credono di dover stare sulla spiaggia solo all’alba o al tramonto; il pediatra viene spesso interpellato per sapere quale livello di protezione deve avere la crema anti-sole da spalmare generosamente sulla pelle per… andare a passeggio per le strade o i parchi cittadini.
E così seppelliscono i neonati sotto una coltre impermeabile alla luce, proprio loro, i neonati, che, si sa da sempre, hanno molto bisogno di prendere sole perché così la loro pelle può produrre la vitamina D, indispensabile per la crescita delle ossa.
E così noi italiani, che ci siamo sempre ritenuti fortunati per il bel sole che ci illumina per gran parte dell’anno, ci siamo ridotti a vivere nell’ombra.
Salvo poi correre in farmacia per comprare l’indispensabile supplemento di vitamina D.
I bambini hanno bisogno di… sole!