La tamponite

Scrive per noi Vincenzo Calia, direttore di Un pediatra per amico (Uppa), bimestrale per i genitori scritto in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri.

Sono passati anni da quando i pediatri hanno smesso di affidarsi solo alle mani, agli occhi e alle orecchie (magari “potenziate” da un fonendoscopio) e hanno imparato ad usare strumenti un po’ più sofisticati che chiamano “self help diagnostico”: kit che ci aiuta a fare diagnosi, una specie di laboratorio personale, minuscolo ma molto utile.

Uno di questi strumenti è il tampone faringeo.

Una volta i tamponi non si facevano praticamente mai: davanti ad una tonsillite il medico si comportava seguendo il suo intuito e la sua esperienza, e il più delle volte finiva per prescrivere un antibiotico. Per avere il risultato di un tampone dal laboratorio e distinguere così una tonsillite che necessita di terapia antibiotica (e cioè dovuta a uno Streptococco Beta Emolitico A) da una tonsillite virale che guarisce da sola, bisognava aspettare un paio di giorni: troppo tempo. Oggi, con un semplice kit presente nella maggior parte degli ambulatori dei pediatri, basta aspettare cinque minuti. Ma, come spesso capita in medicina, l’introduzione di un nuovo strumento diagnostico ha fatto nascere una “malattia” che non esisteva, una malattia immaginaria: la possiamo chiamare “tamponite”.

La facilità con cui si può praticare un tampone e la velocità con cui si conosce il risultato hanno fatto credere in giro che più tamponi si fanno, più malattie “nascoste” si scoprono, si curano, si guariscono e meglio è. Così la “prescrizione” del tampone è diventata appannaggio non più del medico, ma delle scuole e di gruppi di genitori.

Basta che un bambino abbia una tonsillite e che il suo pediatra, mediante un tampone, scopra che è causata dal famigerato Streptococco, ed ecco moltiplicarsi i cartelli a scuola e i messaggini WhatsApp. E tutti a fare il tampone!

Peccato che un esito positivo non significhi malattia: sono moltissimi i portatori sani di streptococco che, in quanto “sani”, non hanno bisogno di cure. Tuttavia saranno obbligati a fare lo sgradevole esame e, nella non improbabile ipotesi di una sua positività, a “curarsi” con un antibiotico… pur non essendo malati. Il paradosso è questo: i tamponi sono nati per diminuire il ricorso a terapie antibiotiche inutili ed ora le stanno invece moltiplicando.

È una cosa che capita in medicina: si scopre o si diffonde un nuovo test diagnostico, o un nuovo farmaco, ed ecco che nasce subito dopo una nuova “malattia”, che non esisteva (e continua a non esistere), ma viene implacabilmente diagnosticata perché quel test è risultato positivo oppure perché si parla molto di quel farmaco.

Il solito errore di sempre: fare diagnosi e “curare” guardando un foglietto di carta e non una persona.